
Il progetto AWAKE mira a contrastare la disinformazione e rafforzare la resilienza, promuovendo una conoscenza accurata e pluralistica sulla migrazione in Italia, fornendo agli studenti delle scuole di giornalismo, ai giornalisti professionisti, agli esperti di comunicazione delle organizzazioni della società civile e ai cittadini strumenti adeguati a vincere la disinformazione e la polarizzazione del pensiero.
Promuove quindi una riflessione collettiva tra giornalisti con background diversi e organizzazioni della società civile sull’attuale narrazione della migrazione e sul ruolo che le questioni migratorie svolgono nell’agenda politica e nel dibattito pubblico, nonché sensibilizzando i cittadini sull’importanza di un’informazione affidabile.
Per riflettere insieme a conclusione del progetto vi invitiamo al webinar
Il potere delle parole oltre gli stereotipi sulla migrazione, 29 ottobre ore 17.00-18.30
Siamo felici di presentarvi le due donne, storyteller e content creator, che con ISMU stanno realizzando AWAKE,
la campagna contro la disinformazione legata alla migrazione in Italia.
Sara Lemlem
è una video giornalista di origini etiopi ed eritree nata e cresciuta a Milano. Negli anni ha collaborato con diverse testate, media company e agenzie di stampa come Associated Press, Vogue Italia, Rivista Africa, VD. News, NuoveRadici.world e La Via Libera.
Ad ottobre 2022 fonda @dotz.media, un progetto editoriale nato per amplificare le voci provenienti da gruppi marginalizzati.
I suoi temi principali sono le periferie fisiche e mentali, quei margini che la scrittrice afro-americana bell hooks immaginava non come luoghi di privazione, bensì di possibilità e creatività.
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Parlare di una corretta narrazione sulla migrazione significa anche saper dare visibilità a storie ignorate o raccontate in maniera stereotipata. Un esempio è la comunità filippina in Italia, spesso ricondotta dai media e nell’immaginario collettivo al solo lavoro domestico.
Secondo dati ISTAT, al 1° gennaio 2023, sono 158.926 i filippini residenti in Italia, di cui 90.346 donne. Quella filippina è una delle comunità italiane di più antico insediamento, con i primi arrivi negli anni ’70, quando l’Italia era ancora un paese da cui si emigrava. Da subito, l’immigrazione filippina nel nostro paese ha avuto il volto delle donne che lavoravano nel settore domestico.
Ma la storia di questa comunità può e deve essere raccontata in modo diverso.
Sara Lemlem, fondatrice di dotz.media, lo fa dando voce a Kath Magpantay, artista, laureanda in architettura e membro di KUBO collective, che attraverso le sue opere esplora le molteplici sfaccettature dell’identità femminile filippina.
Sumaya Abdel Qader
è una ricercatrice, sociologa e scrittrice.
Nata a Perugia da genitori giordano-palestinesi, da oltre vent’anni si occupa dei diritti delle donne, della promozione alla partecipazione attiva dei figli di immigrati e di dialogo interreligioso. È stata tra le ideatrici del primo progetto in Italia nato per sostenere e aiutare le donne musulmane vittime di violenza nelle loro famiglie e/o discriminate nella società.
Sumaya è stata inoltre la prima donna musulmana ad essere eletta in Consiglio Comunale a Milano nel 2016.

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Sono donne con aspirazioni, sogni e progetti, proprio come tutte, ovunque esse siano.
Tuttavia, nell’immaginario comune, le donne musulmane vengono spesso associate a concetti come la sottomissione o l’oppressione. Senza negare che ci sono donne private delle libertà, non si può semplificare il discorso riducendole ad un blocco unico e monolitico. Non rende giustizia alle donne che effettivamente subiscono tali restrizioni — donne che spesso sono infantilizzate o addirittura accusate di non saper emanciparsi — e porta ad ignorare le tante musulmane emancipate, libere e autodeterminate o che stanno lottando per raggiungere tale autonomia.
La realtà, infatti, è molto più complessa e articolata, e per comprenderla appieno bisogna esplorarne tutte le sfaccettature. Milioni di donne musulmane stanno facendo la differenza ogni giorno, in ogni ambito della vita privata, pubblica e professionale. Ci sono donne che eccellono come atlete, astronaute, capi di stato e di governo, giudici, avvocate, sindache, attiviste per i diritti umani, insegnanti, modelle e tanto altro.
Un contributo spesso ignorato dai media riguarda la loro partecipazione a dibattiti cruciali, come la reinterpretazione della tradizione religiosa in chiave di genere. La studiosa Asma Lamrabet sottolinea l’importanza di un femminismo islamico basato sulla giustizia e l’uguaglianza, affermando che “il femminismo islamico non è una lotta contro l’Islam, ma una lotta contro l’interpretazione patriarcale dell’Islam”. Interessante anche la sfaccettata realtà dei movimenti femminili e femministi nel mondo islamico, di cui “qui” non si parla mai, eppure sono importanti generatori di cambiamento.
Si ignorano altresì i contributi in settori creativi, come la moda e il design. Molte donne musulmane stanno ridefinendo i canoni estetici e stilistici, rivolgendosi sia a chi indossa l’hijab che a chi non lo indossa. L’hijab è spesso al centro delle discussioni pubbliche, ma quasi sempre narrato in modo parziale o strumentale. Ridurre, poi, le donne musulmane al solo hijab è una semplificazione errata. Per molte di loro, l’hijab rappresenta un percorso di fede e un esercizio spirituale che merita rispetto, così come va rispettata la scelta di chi decide di non indossarlo. Fatima Mernissi, sociologa marocchina, scrisse che: “Se una donna crede che il velo sia un segno di fede e la sua coscienza la rassicura su questo punto, allora non c’è nessuna contraddizione tra Islam e democrazia (nel senso, anche, di libertà, ndr). L’ostacolo non è il velo, ma l’incapacità di accettare la pluralità di scelte che le donne possono fare“. Come ha osservato inoltre Leila Ahmed, una delle principali studiose del femminismo islamico, “ciò che conta è riconoscere le esperienze individuali delle donne e permettere loro di esprimere le proprie scelte, senza imporre giudizi esterni”. Questo dovrebbe essere l’approccio per capire meglio chi sono le donne musulmane, nella loro pluralità, sapendo scindere tra le varie condizioni in cui si trovano e rispettarne scelte e ragioni, non necessariamente dovendole condividere.
Si stima che le donne musulmane in Italia siano circa 600mila (elaborazioni ISMU ETS su dati ISTAT-ISMU) e anche nel mondo sono una presenza importante e variegata, esprimono culture, tradizioni e stili di vita profondamente diversi.
Le parole contano
Ogni giorno, attraverso i telegiornali, la stampa e i social, sentiamo parlare di molti argomenti. Alcuni di questi temi, più di altri, attirano l’attenzione del pubblico e accendono dibattiti, che portano i cittadini a una forte polarizzazione e divisione di idee e opinioni. Questo è anche influenzato da come ci vengono raccontate certe questioni, ma soprattutto dalle parole usate.
Se pensiamo all’uso del termine immigrato, non è difficile capire quanto questa parola sia spesso caricata di accezioni negative e associata ad altre parole o frasi che ne accentuano la connotazione dispregiativa. Basti pensare a “invasione”, “scontro di civiltà”, “ci rubano il lavoro”, “portano malattie”, “arrivano i delinquenti”.
L’importanza dell’uso delle parole sta proprio nel fatto che queste contribuiscono a costruire i nostri immaginari, i pensieri e le idee. Immaginari, pensieri e idee che a loro volta influenzano e indirizzano le nostre azioni e, nuovamente, le nostre parole.
Tra i temi che in Italia hanno generato confronti accesi c’è quello legato alla
cittadinanza.
Diverse proposte di legge sono state avanzate negli ultimi anni per aggiornare una normativa ormai datata e non più in linea con la realtà sociale del Paese. Se pensiamo soprattutto alla fascia più giovane, quella dei figli e delle figlie di immigrati, persone che non hanno scelto dove vivere ma si sono trovate a far parte dei percorsi dei genitori, che hanno intrapreso questa strada per migliorare la propria vita.
Così, migliaia di bambini e bambine, ragazzi e ragazze, si trovano a nascere e crescere nel nostro Paese, accanto ai loro coetanei autoctoni, diventando giorno dopo giorno parte integrante del tessuto sociale. Questi giovani diventano “italiani di fatto”, e l’Italia, il Paese in cui vivono e dove sognano il loro futuro. Eppure, si ritrovano a
essere cittadini con minori opportunità e diritti.
Uno dei principali problemi della legge vigente è che ottenere la cittadinanza italiana non è un diritto che “scatta in automatico” se si possiedono certi requisiti (ad esempio essere nati qui e risiedervi per 18 anni ininterrotti), ma resta di fatto una concessione, con un certo grado di arbitrarietà. Questo rende tutto più lento e difficile.
Perché è importante riconoscere la cittadinanza italiana?
Certamente, chi vive in Italia, a prescindere dalla cittadinanza, ha diritto alla sanità, all’istruzione e ad altri diritti fondamentali, ma, come anticipato, restano esclusi diritti e opportunità importanti: le persone senza cittadinanza
- non possono votare, non possono partecipare a molti concorsi pubblici e non possono essere assunte in alcuni ruoli pubblici
- gli studenti possono incontrare restrizioni o difficoltà per gite o programmi di studio all’estero
- e chi pratica sport a livello agonistico professionale non può partecipare a competizioni in cui si rappresenta l’Italia.
Riconoscere la cittadinanza a chi nasce e/o cresce in Italia significa chiudere un cerchio per chi ha già un legame e un senso di appartenenza al nostro Paese. La cittadinanza
garantisce la piena partecipazione alla vita democratica del Paese.
Investire nei giovani, tutti senza distinzione tra cittadini di serie A e serie B, significa costruire una società più forte, coesa e capace di affrontare le sfide future. Riconoscere questi diritti a chi è nato e cresciuto qui non toglie nulla a nessuno, ma aggiunge qualcosa a qualcuno.
Un po’ di numeri
Nel 2023, l’Italia ha concesso 199.995 nuove cittadinanze, un dato che riflette la costante crescita del fenomeno migratorio e delle integrazioni nel tessuto sociale italiano. Circa un terzo delle nuove cittadinanze è stato ottenuto da minori, la maggior parte per trasmissione da un genitore.
Questo dato evidenzia come il diritto alla cittadinanza italiana spesso si trasmetta in ambito familiare, consolidando un legame giuridico tra le generazioni all’interno di famiglie migranti. Nonostante il significativo numero di persone che riesce ad acquisire la cittadinanza italiana, il numero di alunni e alunne con cittadinanza non italiana nell’anno scolastico 2022/2023, è stato di 914.860, con un incremento di 127.000 unità negli ultimi dieci anni. Di questi oltre il 65% è nato in Italia.
Da dove provengono i nuovi cittadini
I nuovi cittadini italiani provengono principalmente da un gruppo ristretto di Paesi, tra cui
- Albania: 271.000
- Marocco: 242.000
- Romania: 100.000
- Brasile: 66.000
- India: 62.000
Questi numeri mostrano una tendenza migratoria consolidata da Paesi con forti legami storici, culturali o economici con l’Italia. L’Albania e il Marocco, in particolare, rappresentano le comunità più numerose, consolidando la loro presenza nel paese.
Il dibattito sulla cittadinanza: ius soli e ius scholae
Uno degli argomenti più discussi negli ultimi anni riguarda il riconoscimento della cittadinanza ai nati in Italia da genitori stranieri o a chi è giunto nel paese tramite il ricongiungimento familiare. Tradizionalmente, l’Italia segue il principio dello ius sanguinis, in base al quale la cittadinanza viene acquisita principalmente per discendenza.
Lo ius soli temperato
Tra le proposte avanzate per riformare la legge sulla cittadinanza, lo ius soli temperato è stato al centro del dibattito. Questo principio prevede la concessione della cittadinanza ai minori nati in Italia, ma solo a determinate condizioni, come la regolarità del soggiorno dei genitori o la loro posizione giuridica. Si tratterebbe di un compromesso tra lo ius sanguinis e lo ius soli puro, adottato in Paesi come gli Stati Uniti, dove chiunque nasca sul territorio nazionale ottiene automaticamente la cittadinanza.
Lo ius scholae
Negli ultimi anni, il dibattito si è poi spostato sull’introduzione dello ius scholae, una proposta che collega la cittadinanza al percorso scolastico dei minori stranieri. In questo modello, la cittadinanza verrebbe concessa ai minori che hanno completato almeno un ciclo scolastico in Italia, sottolineando il legame tra “integrazione culturale, educativa e giuridica”.
Il referendum
Si è appena conclusa con successo la racconta firme per indire un referendum che propone la modifica della legge attuale sulla cittadinanza. Il quesito del referendum propone di ridurre da 10 a 5 gli anni di residenza legale richiesti per poter ottenere la cittadinanza. Questa modifica riguarda l’articolo 9 della legge n. 91 del 1992.
L’obiettivo del referendum sarebbe quello di tornare alle tempistiche che prevedeva la legge precedente, semplificando e accelerando il processo di acquisizione della cittadinanza. Resterebbero invariati gli altri requisiti già stabiliti dalla normativa vigente e dalla giurisprudenza, quali: la conoscenza della lingua italiana, il possesso di adeguate fonti economiche, l’idoneità professionale, l’ottemperanza agli obblighi tributari, l’assenza di cause ostative collegate alla sicurezza della Repubblica.
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AWAKE è rappresentato da un’ape, un animale che porta con sé un forte senso di responsabilità verso la propria comunità e simboleggia il ruolo dei giornalisti che promuovono e difendono il diritto all’informazione di tutti i cittadini.
Il logo richiama anche un microfono, con il filo e le tre linee, a indicare che è acceso.
E il microfono viene utilizzato per dare voce, per “svegliare”, come dice il nome del progetto stesso, attivando una riflessione collettiva in favore di un’informazione più giusta.
- Identificare narrazioni di disinformazione sulla migrazione, promuovere una conoscenza condivisa e un’informazione accurata e pluralistica e offrire un’ampia riflessione tra giornalisti e organizzazioni della società civile su come le questioni relative alla migrazione svolgano un ruolo nell’agenda politica e nel dibattito pubblico
- Sensibilizzare i cittadini mediante una campagna contro la disinformazione sulla migrazione.
Quando e dove
6 mesi (da maggio a novembre 2024) a Milano
Capofila
Fondazione ISMU ETS


