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Violenza di genere e conseguenze di salute sulle donne immigrate

Mercoledì 25 novembre ricorre la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, ISMU ricorda che la violenza di genere e di prossimità, connessa ai percorsi migratori è una questione di salute pubblica e riguarda da vicino i diritti umani, in primis il diritto alla salute e alla sicurezza.

L’esplorazione dei dati europei disponibili evidenziano che per quanto riguarda le donne migranti, le non-cittadine dei paesi di residenza mostrano tassi più alti rispetto alle cittadine: 27% contro 22% per violenza fisica e/o sessuale da qualsiasi partner; 54% contro 43% per violenza psicologica; 27% contro 21% per violenza fisica o sessuale da non-partner.

L’impatto della violenza di genere e di prossimità sulle donne è un tema riconosciuto a livello internazionale ed evidenzia importanti problemi di salute, soprattutto per ciò che riguarda la salute mentale e quella sessuale e riproduttiva.

Gli effetti sulla salute mentale possono riguardare: disturbi da stress post-traumatico (DPTS), depressione, paura, disturbi del sonno e dell’alimentazione, tendenza al suicidio, riduzione dell’autostima. L’impatto sulla salute riproduttiva può produrre infiammazioni pelviche, malattia sessualmente trasmissibili, gravidanze indesiderate, complicazioni della gravidanza, aborto spontaneo, nascite sottopeso.

Premesso che ad oggi esiste un’importante mancanza di dati sistematici e standardizzati riguardanti la violenza di genere nel mondo e in Europa e che ancora meno presenti e comparabili sono i dati sulla violenza subita dalle donne migranti (e dagli uomini) e sulle conseguenze di salute, l’esplorazione dei dati europei disponibili evidenzia alcuni risultati, grazie all’unica survey ad oggi realizzata che ha coinvolto 28 paesi UE e 42 mila donne residenti (cittadine e migranti ma non tutti i dati sono distribuiti per cittadinanza), ad opera dell’Agenzia ONU per i Diritti Fondamentali (FRA 2016, 2018). I risultati della survey mostrano che il 7% delle donne dei paesi UE di età compresa tra 18 e 74 (13 milioni) ha subito violenza fisica nei dodici mesi precedenti l’intervista; il 2% è stata vittima di violenza sessuale (3,7 milioni); il 5% vittima di stupro. Il 18% delle donne nei 28 paesi UE ha sperimentato lo stalking dall’età di 15 anni e il 5% delle donne lo ha subito nei dodici mesi precedenti l’indagine (circa 9 milioni di donne). Ne emerge un quadro di ampio abuso che colpisce la vita di molte donne, ma è sistematicamente sottostimato anche perché solo il 14% delle donne ha denunciato alla polizia l’episodio più grave di violenza subita.

Se consideriamo alcune vulnerabilità, troviamo che il 34% delle donne con problemi di salute o disabilità ha avuto esperienza di violenza fisica e/o sessuale nel corso di una relazione stabile, rispetto al 19% delle donne in salute. La differenza tra queste due categorie di intervistate supera i 10 punti percentuali anche in rapporto alla violenza psicologica e alle minacce di violenza da parte del partner, violenza durante l’infanzia e violenza da non-partner.

Per quanto riguarda le donne migranti, le non-cittadine dei paesi di residenza mostrano tassi più alti rispetto alle cittadine: 27% contro 22% per violenza fisica e/o sessuale da qualsiasi partner; 54% contro 43% per violenza psicologica; 27% contro 21% per violenza fisica o sessuale da non-partner.

Riguardo alla relazione tra le violenze subite e il rischio di sviluppare problemi di salute fisica e mentale, l’indagine FRA (2016) mostra alcune evidenze: le donne che subiscono violenza sessuale hanno maggiori probabilità di provare vergogna e di sentirsi colpevoli, reazioni che spesso stanno a indicare uno stigma che le donne vivono come vittime di violenza sessuale. Inoltre, il 64% delle vittime di violenza sessuale da parte di qualsiasi partner (attuale o precedente) dichiarano di provare paura rispetto al 42% delle vittime di violenza fisica subita da un non-partner. La violenza sessuale da non-partner nel 50% dei casi provoca un vero e proprio shock. Tra le conseguenze psicologiche a lungo termine – che si registrano soprattutto in seguito alle violenze sessuali, agli stupri e alla violenza prolungata nel tempo – emergono in maniera significativa l’ansia, la sensazione di vulnerabilità e la perdita di fiducia in sé stesse.

In Italia, l’indagine ISTAT (2015)  mostra i dati relativi alle conseguenze sulla salute della violenza contro le donne regolarmente residenti in Italia, comprese le migranti ma, anche in questo caso, non è effettuata la distribuzione per cittadinanza. A causa della violenza subita, oltre la metà delle vittime soffre di perdita di fiducia e autostima (52,75%); ansia, fobia e attacchi di panico (46,8%); disperazione e sentimenti di impotenza (46,4%); disturbi del sonno e della nutrizione (46,3%); depressione (40,3%); nonché difficoltà di concentrazione e perdita di memoria (24,9%); dolori ricorrenti nel corpo (21,8%); difficoltà nella gestione dei figli (14,8%); autolesionismo e atteggiamenti suicidari (12,1%). Tra le donne che hanno subito violenza, il 12,8% non è a conoscenza dell’esistenza di centri antiviolenza, sebbene vi siano 253 centri diffusi sul territorio nazionale (Lombardi 2019a).

La violenza di genere e di prossimità, connessa ai percorsi migratori è una questione di salute pubblica e riguarda da vicino i diritti umani, in primis il diritto alla salute e alla sicurezza. I rischi che uomini e donne corrono nei processi migratori sono spesso sostanzialmente diversi, perciò anche le conseguenze sulla salute fisica e psichica, presentano caratteristiche e rischi diversi: le donne subiscono una discriminazione multipla (accumulo di disuguaglianze) in quanto donne, migranti, vulnerabili, sole o con figli minori al seguito, e in quanto “oggetti sessuali e riproduttivi”; i secondi sono maggiormente esposti alle torture, alla schiavitù lavorativa; al reclutamento nella criminalità (Lombardi 2020).

Le condizioni di salute dei migranti forzati sono legate alla loro elevata vulnerabilità psichica derivante sia dalle cattive condizioni di vita nel paese di origine sia dalla pressione e dai traumi subiti durante il viaggio. Il progetto START[1] sulle condizioni socio-psico-sanitarie dei richiedenti asilo e rifugiati nelle province di Brescia e Milano, mostra risultati interessanti relativi alla pesa in carico psicologica e psichiatrica dei migranti e sulle cause del loro disagio. Da maggio 2017 a settembre 2018, le equipe socio-psico-sanitarie di Brescia e Milano hanno effettuato 2.596 visite mediche di richiedenti asilo e rifugiati, presso i centri di accoglienza dei due territori. 812 delle persone visitate sono state individuate come vulnerabili di cui il 40% donne) e sono state sottoposte a trattamento psicologico o psichiatrico. Le principali vulnerabilità mostrate da questi/e pazienti riguardano i disturbi psichiatrici per l’11,4% dei casi; i disturbi psicologici per il 36%; le torture e la violenza fisica, sessuale e psicologica per il 42% dei casi; il 5,4% sono le vittime della tratta (Lombardi, 2019b).

Dalla ricerca qualitativa del progetto PROVIDE[2] emergono diverse testimonianze delle violenze subite dalle donne durante il loro viaggio migratorio e delle sue conseguenze. La narrazione delle richiedenti asilo – riferita dalle operatrici intervistate – provenienti dai campi libici è molto spesso forte ed emotivamente toccante.

Molte di loro sono incinte e nella maggior parte dei casi rimangono incinte durante il viaggio. Abbiamo avuto donne che avevano abortito alla 25° settimana di gravidanza e donne che hanno continuato la gravidanza. Ci sono anche donne che hanno malattie trasmesse sessualmente e anche l’HIV (Intervista n. 6/P, psichiatra, donna).

Il peso di alcuni atti che vanno oltre lo stupro e la violenza sessuale è tale che il crollo psichico è inevitabile. Ci sono donne che affermano di essere state stuprate dopo aver visto i loro mariti (padri o fratelli) assassinati perché avevano cercato di proteggerle. Donne a cui hanno preso i bambini dalle loro braccia; donne a cui hanno violentato le figlie, bambine e adolescenti, davanti ai loro occhi. Così il racconto di una psichiatra intervistata.

Ho una donna nigeriana [in terapia psichiatrica] che ha visto e sofferto di tutto e di più. Ha fatto gli esami del sangue e il medico le ha detto che era sieropositiva. Per lei questo significa morire, non avere figli. Sta molto male, ha degli incubi che non la lasciano tranquilla. (…) questa donna subisce una violenza sull’altra. Avevo paura che uscisse e si uccidesse (Intervista PFG n. 4, psichiatra, donna).

Il trauma psichico può anche essere amplificato dalle modalità di ricezione, dalle discriminazioni istituzionali o dall’assenza di accoglienza e cure all’interno del sistema, e quindi aggravare i disturbi post-traumatici da stress e la depressione, fino a portare le persone verso atti suicidari o tentativi degli stessi: parliamo di un problema altrettanto importante quale quella della discriminazione e/o violenza secondaria (Lombardi 2020).

 

Lia Lombardi, Ricercatrice settore Salute e welfare

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[1] Il progetto START – Servizi socio-sanitari trasversali di accoglienza per richiedenti asilo e titolari di protezione internazionale – finanziato dal Fondo FAMI del Ministero dell’Interno e realizzato negli anni 2017-2018.

[2] Progetto PROVIDE – Proximity violence, Defence and Equity – (Programma REC 2014-2020 UE).

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Riferimenti bibliografici

 

FRA-European Union Agency for Fundamental Rights (2016), Monthly data collection on the current migration situation in the EU, June, monthly report 1-31 May.

FRA – European Union Agency for Fundamental Rights (2018), Migration to the EU: five persistent challenges, February.

ISTAT, (2015), La violenza contro le donne dentro e fuori la famiglia. Roma: ISTAT, Presidenza Consiglio dei ministri, Dip. P. O.

Lombardi, L. (2020), Violenza di genere e di prossimità contro richiedenti asilo e rifugiate. Salute, accoglienza e cura in alcune regioni europee, in Redini V., Vianello F.A. (a cura di), La salute delle e dei migranti, «Mondi Migranti», fasc. 3/2020, in uscita, Milano, FrancoAngeli.

Lombardi, L. (2019a), Proximity violence against women refugees and migrants. Experiences and good practices in the Milano area, in Bartholini I. (Ed.), Proximity violence in migration times. A focus in some regions of Italy, France and Spain. Milano: Open Sociology, FrancoAngeli, p. 115-148.

Lombardi, L. (2019b), La salute mentale in relazione alla popolazione straniera. In: Pasini N. e Merotta V., La salute, Venticinquesimo rapporto sulle migrazioni 2019 (pp. 203-206). Milano: FrancoAngeli.