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Islam e pandemia

COVID-19  2019-nCoV concept. Human hands holding various smart devices with coronavirus alerts on their screens. flat vector illustration

L’emergenza mondiale provocata dalla diffusione del COVID-19 ha modificato radicalmente le nostre abitudini, confinando le relazioni familiari all’interno delle mura domestiche e rendendo invece del tutto virtuali quelle con gli amici e con i colleghi di lavoro. Sono tante quindi le domande che le donne e gli uomini si stanno ponendo e che chiamano in causa anche la religione. E ogni fede religiosa ha risposto alla crisi utilizzando gli strumenti che gli derivano dalla propria riflessione teologica e dalla propria tradizione. Per i credenti migranti, poi, questa pandemia si è rivelata come una sfida aggiuntiva alle già molte difficoltà quotidiane, che chi lascia il proprio Paese d’origine è chiamato ad affrontare.

Per quanto riguarda l’Islam, sin dall’inizio della pandemia, le istituzioni religiose ufficiali hanno svolto un ruolo molto importante, ricoprendo il ruolo di mediatori tra i cittadini e le istituzioni politiche. In un interessante articolo di Chiara Pellegrino, apparso sull’ultimo numero della rivista “Oasis”, viene descritto e analizzato un importante comunicato diffuso dal Consiglio europeo della Fatwa, un’istituzione fondata negli anni Novanta da Yūsuf al-Qaradāwī con l’obbiettivo di elaborare una giurisprudenza islamica per i credenti musulmani che vivono in Europa. Il Consiglio, che solitamente si riunisce una volta all’anno per esaminare le questioni più rilevanti per la diaspora islamica europea, ha convocato due riunioni straordinarie nei mesi di marzo e di aprile per discutere degli “sviluppi giurisprudenziali a fronte della tragedia del Covid-19”. I comunicati comprendono una serie di 34 fatwe emesse per regolare la vita dei musulmani europei ai tempi del coronavirus – dalla questione della preghiera, ai rituali funebri, al modo di vivere il Ramadan in quarantena –, precedute da una riflessione introduttiva sulla concezione islamica delle epidemie.

Facendo riferimento a un versetto della sura del Creatore (35,43), il Consiglio spiega che la visione islamica delle epidemie si fonda sul sistema delle “consuetudini” (sunan) che Dio ha stabilito per il funzionamento dell’uomo e delle realtà naturali. Il sistema delle sunan si basa sul principio di causalità e prevede l’esistenza di due tipi di cause: le cause dirette e immanenti e le cause metafisiche e astratte. Ciò significa che gli eventi non accadono con il diretto intervento di Dio nella vita dell’uomo, ma sono l’effetto in parte dell’intervento diretto di Dio e in parte di cause immanenti, che comunque agiscono all’interno di un sistema regolato da leggi divine. Dal punto di vista islamico, come fa acutamente notare Chiara Pellegrino, operare questa distinzione è importante perché consente di ritenere l’uomo responsabile delle sue azioni. Di fatto, questa visione è il risultato del compromesso raggiunto dai riformisti musulmani di inizio Novecento tra l’occasionalismo divino, affermato dalla teologia ash‘arita, e l’esistenza di leggi della natura, su cui si fonda la scienza moderna.

Il Consiglio colloca il Covid-19 nelle sunan della tribolazione e ritiene che le cause siano da attribuirsi al rapporto corrotto che l’uomo ha nei confronti dell’ambiente e delle risorse naturali, all’ingiustizia nelle sue molteplici forme e al disprezzo per la fede, l’etica e i valori, che ha fatto venir meno l’equilibrio cosmico globale. Le sunan di Dio non ostacolano e non favoriscono nessuno, e Dio alla fine salverà coloro che si sono opposti al male.

Ma, come per i credenti delle altre religioni, anche per i musulmani europei è importante sapere se le epidemie siano un castigo divino. Secondo il Consiglio, non lo sono. Le pestilenze, come le calamità naturali, fanno parte delle consuetudini della vita e colpiscono tutti, indipendentemente dallo status sociale. Nelle catastrofi globali, spiega il Consiglio, c’è un monito per l’umanità: per quanto importanti siano le conquiste materiali e scientifiche, essa non deve trascurare gli aspetti spirituali ed etici.

In questo senso, perciò, l’epidemia non dovrebbe essere intesa come un castigo divino, ma come un evento finalizzato a ricordare agli uomini le benedizioni di cui Dio li ricolma. Infine, l’epidemia sarebbe anche un avvertimento per tutti gli uomini sull’importanza di affidarsi costantemente a Dio, invocandone la protezione perché “è nelle avversità che l’uomo cerca aiuto” (Cor. 35,15 e 31,32) e di non perseverare nella disobbedienza e nel peccato (Cor. 42,30).

Il Consiglio si interroga poi sul ruolo che la religione è chiamata a giocare al tempo del coronavirus. L’Islam svolgerebbe una funzione di rassicurazione, perché la forza della fede guida l’uomo al bene e gli consente di affrontare le avversità con coraggio, garantendogli una sorta di immunità psicologica e fornendogli guida, spingendolo verso le buone abitudini e proibendo quelle cattive. È dunque anche la forza che proviene dalla propria identità religiosa a rendere i credenti migranti più resilienti, a fronte delle sempre nuove sfide che la vita impone loro, come la pandemia.

 

di Giovanni Giulio Valtolina, Responsabile Settore Religioni Fondazione ISMU