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I corridoi umanitari per l’accoglienza

Nel dicembre del 2015 i Ministeri degli Affari esteri e quello dell’Interno per lo Stato italiano e Comunità di Sant’Egidio, Tavola Valdese e Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia (FCEI) per la società civile firmano un Protocollo d’intesa sperimentale grazie al quale si apre la via ai corridoi umanitari, il cui scopo principale è

“fermare il viaggio di morte e lo sfruttamento dei trafficanti di esseri umani che fanno soldi sulla vita di queste persone, fornendo un passaggio legale per raggiungere in sicurezza l’Europa, concedere ai beneficiari un visto umanitario e sostenerli durante il processo di integrazione nella società italiana”. 1

Si tratta di un’iniziativa che nasce dal basso, dalla società civile, che si fa carico per intero degli oneri (materiali e umani) del trasporto e dell’accoglienza, grazie a proprie risorse, di persone e famiglie particolarmente vulnerabili.

I corridoi umanitari, per come sono strutturati in Italia, attivano una sponsorship delle organizzazioni di Terzo settore che tramite protocolli si impegnano alla gestione completa dell’accoglienza dei rifugiati, senza alcun onere per lo Stato che dunque di fatto delega alla società civile tutto l’impegno (anche economico) dell’accoglienza.  Rappresentano quindi un’alternativa non soltanto ai viaggi pericolosi sulle rotte del Mediterraneo e dei Balcani, ma anche al resettlement, in quanto nei corridoi l’inclusione di individui che sono esclusi da altre forme di protezione è intenzionale ed esplicita.

L’esperienza dei corridoi umanitari diventa quindi una risorsa importante, non solo per offrire vie sicure e legali di ingresso in Italia ai rifugiati, ma anche per far crescere le comunità locali. Si tratta di un’esperienza che “segna” positivamente il contesto in cui si realizzano, gli operatori e i volontari, nonostante non sia sempre facile costruire relazioni interculturali e spesso ci sia carenza di risorse in alcuni territori.

Le ricerche in questo campo evidenziano non soltanto che i corridoi umanitari hanno permesso di accogliere un numero maggiore di persone rispetto ai percorsi di resettlement, ma sottolineano anche la qualità dei processi di accoglienza, che hanno un impatto positivo sui rifugiati, sulle organizzazioni di società civile, sui volontari e, infine, sulle comunità territoriali che, confrontandosi con piccoli numeri di rifugiati, hanno la possibilità di superare stereotipi, pregiudizi e timori dovuti alle grandi concentrazioni.

  1. Gois P., Falchi G. (2017), The third way. Humanitarian corridors in peacetime as a (lo-cal) civil society response to a EU’Common failure.

Per approfondire consulta il capitolo 16 del Ventinovesimo Rapporto sulle migrazioni 2023

18 aprile 2024