Francia: un passo indietro per il populismo in Europa?

Francia: un passo indietro per il populismo in Europa?

“Non è certo che tutto sia incerto.”
Blaise Pascal, Les Pensées, 1669

8 maggio 2017

I sondaggi non si sono sbagliati. Dopo mesi di campagna elettorale, Emmaneul Macron diventa il Presidente della Repubblica Francese per i prossimi cinque anni. Con una carriera politica breve alle spalle e con soltanto il 13% nei sondaggi a novembre dell’anno scorso, Macron è ora l’inquilino del Palazzo dell’Eliseo, con un’ampia vittoria e un piccolo “partito” (più che altro un “movimento”). Dopo le votazioni in Austria e in Olanda, l’elezione presidenziale francese potrebbe rappresentare il segnale di un passo indietro per il populismo in Europa.

Tra i due turni: un momento decisivo

Il primo turno dell’elezione ha posizionato M. Le Pen (21,3% dei voti) appena dietro a E. Macron (24,01%) e davanti a F. Fillon (20,01%), J-L. Mélenchon (19,58%), e B. Hamon (6,36%), eliminando così i partiti di governo tradizionali dalla corsa. Il Partito socialista, guidato da B. Hamon, in particolare, ha ottenuto un numero molto basso di voti, rappresentando così il vero perdente di queste elezioni. Si prefigura così anche un risultato incerto per il partito stesso alle prossime legislative. Due settimane dopo il primo turno, i francesi, chiamati di nuovo al voto, hanno attribuito un’ampia vittoria a Emmanuel Macron (En Marche!), con 66,1 % dei voti a suo favore, a fronte del 33,9% ottenuto da Marine Le Pen (Fronte Nazionale).

A questi risultati si è giunti dopo un periodo particolarmente movimentato tra i due turni elettorali. In particolare, questo intervallo è stato segnato dal dibattito TV tra i due aspiranti presidenti, avvenuto il 3 maggio scorso, che per via del livello particolarmente basso del confronto ha inciso negativamente sull’intera campagna elettorale (e forse sulla stessa Va Repubblica). La rappresentante dell’estrema destra ha utilizzato toni particolarmente aggressivi, accentuati da espressioni derisorie e riferimenti ambigui. Alcuni commentatori hanno perfino parlato di una Trumpizzazione dell’elezione quando Le Pen ha accennato a “fatti alternativi” o utilizzato riferimenti senza alcun fondamento. Un dibattito peraltro difficile da moderare per i giornalisti, da loro definito un “incontro di pugilato”, e che ha trattato poco di temi importanti (anche per quanto riguarda il punto di vista della nostra linea strategica su immigrazione e Europa[1]). Si è trattato di un enorme errore strategico per una leader come Le Pen, che per anni ha cercato di ricostruire l’immagine del proprio partito (si ricorda che ne ha escluso suo padre, il fondatore, per aver tenuto discorsi anti-semitici) e che ha puntato tanto sul supporto dell’elettorato conservatore per vincere il secondo turno. È molto probabile che un tale cambiamento di toni abbia definitivamente allontanato gli elettori della destra tradizionale, che avrebbe votato per lei, seppure con riluttanza.

Il periodo tra i due turni elettorali è stato segnato anche dall’hackeraggio degli account mail dei collaboratori di Macron e dalla divulgazione di numerosi documenti della campagna, ai quali sarebbero stati aggiunti dei documenti falsi. L’elemento interessante di questa vicenda sta nel momento in cui tali documenti sono stati diffusi: poco prima del termine della campagna – il momento a partire dal quale si impone assoluto silenzio da parte di media e politici – in modo che nessun’analisi e nessun commento potesse essere fatto. Florian Philippot, uno dei vice-presidenti del partito, ha annunciato i “leak”, rinforzando così il dubbio su potenziali scandali.

Le legislative in vista

Il Presidente della Repubblica francese è uno dei più potenti capi di Stato al mondo. La Francia è retta sulla base di un regime semipresidenziale, che fu costruito su misura per se stesso dal General de Gaulle al fine di attenuare l’instabilità che risultava nel parlamentarismo della IIIa e della IVa Repubblica. La Va Repubblica rimane però una democrazia, caratterizzata da un sistema di controlli e contrappesi. Il Presidente francese è potente, purché possa contare su una maggioranza al Parlamento.

Il primo turno delle elezioni ha mantenuto in corsa, da una parte, un partito che non è un partito (En Marche!) e, dall’altra, un partito che non ha mai esercitato funzioni di potere, che solo recentemente ha cessato di essere un partito di contestazione[2] (il Fronte Nazionale). Come avrebbero tali forze politiche potuto costruire una maggioranza? Per rispondere a questa domanda, nel periodo tra il primo e il secondo turno si è dato vita a un rischioso gioco di alleanze. A Marine Le Pen si è unito N. Dupont-Aignan (4,7% al primo turno), Gaullista auto-proclamato e noto anti-Europeista, primo candidato a dichiarare ufficialmente un suo supporto al Fronte Nazionale, mentre la maggior parte degli altri candidati ha invitato i propri votanti a esprimere la preferenza per Macron in modo di creare un Fronte Repubblicano per bloccare l’estrema destra. Un gioco rischioso che sembra aver capito J-L. Mélenchon che, al contrario, si è rifiutato di dare qualsiasi indicazione di voto, probabilmente in vista delle elezioni legislative. Mélenchon, mettendo i due candidati sullo stesso piano, si è posto come l’unico leader possibile dell’anti-system.

In effetti, le elezioni legislative di giugno sono la prossima scadenza e rappresentano il momento in cui i francesi sapranno veramente che tipo di quinquennio li aspetta. Ad oggi, En Marche!, il movimento di Macron, conta un numero limitato di figure pubbliche che possono essere elette alle legislative. Considerato il suo rifiuto per una coalizione di partiti, costruire una maggioranza stabile alla camera bassa potrebbe essere difficile. Senza una coalizione di partiti, il Presidente dovrà pertanto contare o su adesioni individuali su determinate riforme o su figure pubbliche che aderiscono al suo movimento (che nella maggior parte dei casi dovranno lasciare il proprio partito).

Piccoli passi avanti?

Per il momento ci sono ancora numerose variabili incerte rispetto alle elezioni legislative. Troppi deputati per il Fronte Nazionale o per la France Insoumise (il partito di J-L. Mélenchon) potrebbero impedire la buona riuscita dell’impresa di Macron, soprattutto se si considera che la sua elezione non è stata esattamente una manifestazione di adesione al suo programma. In tutti e due i turni, infatti, sono stati molti i francesi a votare per lui in quanto ritenuto il candidato maggiormente in grado di bloccare l’estrema destra al secondo turno. Ora che i partiti si preparano alle legislative, il cosiddetto “terzo turno” dell’elezione presidenziale, regna pertanto l’incertezza. Una cosa però è certa. Marine Le Pen ha ottenuto più supporto che mai. Erano 6,4 milioni a sostenerla al primo giro delle elezioni presidenziali del 2012; intorno ai 7,7 milioni per il primo turno quest’anno, e 10,6 milioni al secondo turno. Concludendo possiamo pertanto pensare a un bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto a seconda che ci si riferisca a un passo indietro del populismo o a piccoli passi avanti dello stesso.

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[1] Marine Le Pen si è dimostrata particolarmente poco chiara sui temi dell’Unione Europea e dell’Euro.

[2] Il Fronte Nazionale è stato per molto tempo un partito di contestazione con poca intenzione di esercitare il potere. Occorre ricordare che nell’elezione presidenziale del 2002, la campagna di Jean Marie Le Pen tra i due turni è stata molto debole. Come dice la sua figlia, Marine Le Pen, “il Fronte Nazionale era un partito di contestazione (…). Oggi, è un partito di governo”.

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