Nuovo testo di legge sull’immigrazione in Cina, alcune considerazioni

I primi effetti dall’entrata in vigore nel luglio 2013 del nuovo testo sull’immigrazione in Cina sembrano quanto mai contradditori. Da una parte la legge regola abbastanza chiaramente le pene da applicare agli stranieri che entrano, vivono e lavorano illegalmente nel paese. Per trasgressioni come la permanenza e il lavoro senza permesso di soggiorno, la legge prevede la detenzione per periodi brevi e il pagamento di sanzioni pecuniarie anche consistenti. E’ stato un olandese il primo straniero ad aver pagato 50mila yuan per essere rimasto nel paese allo scadere del visto. Anche cittadini europei, giapponesi, filippini e americani sono stati analogamente fermati ed espulsi. Dal censimento cinese del 2010, in cui per la prima volta sono stati registrati i residenti stranieri, emerge che il numero di questi ammonterebbe a circa mezzo milione di persone. Mentre la Cina è generalmente stata un paese d’emigrazione fino alla conclusione del secolo scorso, da un decennio sono sempre più numerosi quanti cercano fortuna in Cina. Questi sono attratti dal repentino sviluppo del paese che richiede numeri sempre maggiori di domestiche e insegnanti di lingua. Inoltre sono centinaia di migliaia i migranti provenienti dai paesi in via di sviluppo che in Cina inseguono opportunità commerciali rivendendo nel  paese d’origine i prodotti manifatturieri acquistati a basso costo in Cina. Sono ad esempio oltre 300mila gli africani che vivono a Guangzhou, la maggior parte dei quali senza il regolare permesso di soggiorno. La nuova legge sull’immigrazione ha reso più difficile per questi migranti ottenere il visto, mentre l’ampia discrezionalità data alle autorità in materia d’immigrazione e controllo della popolazione pone gli “illegali” nella spiacevole condizione di dovere subire i ricatti di quanti si approfittano della loro condizione.

Consapevoli che la globalizzazione del mercato e la sempre maggiore circolazione di parte della popolazione mondiale più privilegiata abbia cambiato i flussi di ingresso e di uscita dal paese, le autorità cinesi hanno annunciato di volere facilitare l’acquisizione della residenza permanente per gli stranieri già residenti in Cina. Secondo alcune fonti non confermate ufficialmente, il numero di permessi rilasciati tra il 2004 e il 2011 è stato di soli 4700, tra i più bassi in tutto il mondo. Tuttavia, a seguito dell’invito del presidente di rendere la Cina un paese più attraente per i capitali esteri, un nuovo piano è allo studio per rendere il sistema di rilascio dei visti più “pragmatico e flessibile”. A tal riguardo, sembra però che per ottenere il permesso, lo straniero debba dimostrare di essere impiegato in alcune mansioni professionali altamente specializzate, oppure di poter investire considerevoli capitali in Cina. I critici sostengono però che il nuovo sistema non solo sembri contraddire la filosofia guida, ma perderebbe anche di attrattiva, poiché la maggiore parte degli stranieri residenti in Cina è impiegata diversamente.

Sono ancora numerosi i cinesi che desiderano emigrare, e specialmente quanti possono permettersi di farlo attraverso come investitori. Le ragioni per cui i cinesi vogliano lasciare la Cina rimangono gli stessi: le maggiori opportunità riservate all’istruzione dei figli, la sicurezza alimentare, la protezione dell’ambiente e la sicurezza del patrimonio finanziario.

Dopo il Canada, nel mese di agosto anche gli Stati Uniti hanno annunciato che per l’anno 2013-14 non verranno più accolte le domande di investitori cinesi, in quanto la quota annuale a questi riservata – 10mila – è stata per la prima volta raggiunta prima della fine dell’anno. Gli Stati Uniti rilasciano circa 140mila permessi per investitori all’anno e per qualificarsi bisogna essere in grado di investire 500mila dollari in settori specifici, e creare almeno 10 posti di lavoro.

Francesco Vecchio, corrispondente Ismu per l’Asia

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